Vai al contenuto
Monumenti Enigmatici

La Pietra dell’Altare di Stonehenge: 700 km dalla Scozia, un ghiacciaio e un’origine che ora vacilla

Condividi
Pietra dell'Altare di Stonehenge distesa al centro del cerchio, sotto un megalite di sarsen crollato

Sei tonnellate di arenaria verdastra, stese a terra al centro del cerchio più famoso del mondo, schiacciate sotto un altro megalite crollato. La Pietra dell’Altare di Stonehenge è la meno fotografata del monumento. Negli ultimi due anni è diventata la più discussa.

Nel 2024 si scoprì che non veniva dal Galles ma dall’estremo nord della Scozia. Nel 2026 uno studio ha provato a ricostruire come ci sia arrivata. E proprio mentre la storia sembrava sistemata, a settembre una replica pubblicata su una rivista scientifica ha rimesso in dubbio il punto di partenza.

Un blocco fuori posto

Qualche numero, per capire di cosa parliamo. La pietra (catalogata come Stone 80) misura circa 4,9 metri di lunghezza, 1 di larghezza e mezzo metro di spessore. Fu messa in opera tra il 2620 e il 2480 a.C., in una delle tante fasi di un cantiere durato quasi due millenni. Oggi è in parte coperta da una pietra di sarsen caduta sopra.

Per decenni i manuali la davano per gallese, parente delle “pietre blu” arrivate dalle colline di Preseli. Non era un’ipotesi strampalata, ma nemmeno una certezza: nessuno aveva mai trovato l’affioramento giusto.

Il colpo di scena del 2024

Ad agosto 2024 un gruppo guidato da Anthony Clarke della Curtin University, in Australia, pubblica su Nature l’analisi dei granelli minerali della pietra: zircone, apatite e rutilo. Ogni granello porta con sé la “data di nascita” della roccia da cui si è staccato. Messi insieme, formano una specie di impronta digitale.

L’impronta porta al Bacino Orcadiano, nel nord-est della Scozia, ad almeno 750 km da Salisbury. Da lì parte la domanda che ci interessa: come si sposta un blocco di sei tonnellate per tutta la Gran Bretagna, cinquemila anni fa?

Chi ha letto il nostro pezzo su Baalbek e i monoliti che sembrano impossibili da muovere conosce il riflesso: davanti a una pietra enorme molti pensano subito a “tecnologie perdute”. Qui la scienza ha tirato in ballo un candidato molto più concreto: il ghiaccio.

Il ghiacciaio fino al Dogger Bank

Lo studio del 2026, uscito sul Journal of Quaternary Science (DOI 10.1002/jqs.70080), unisce due strumenti: nuove datazioni dei granelli e modelli al computer delle calotte glaciali dell’ultima era glaciale. Tra gli autori ci sono ancora Clarke e il glaciologo Remy Veness della Sheffield Hallam University.

Il risultato, in breve:

  • durante l’ultimo massimo glaciale, circa 33.000-11.700 anni fa, il ghiaccio dal nord-est della Scozia scorreva soprattutto verso nord-est, cioè lontano da Stonehenge;
  • una parte però avanzava verso sud-est e poteva trascinare massi fino al Dogger Bank, nel cuore del Mare del Nord;
  • nessun ghiacciaio ha mai portato quella roccia nell’Inghilterra meridionale.

A detta degli autori, i campioni scozzesi più simili sarebbero nell’area del Caithness, all’estrema punta settentrionale. La cava esatta non è stata trovata: il bacino è enorme e solo una parte è stata campionata.

Il dettaglio che il titolo del comunicato non dice

L’università ha titolato che la pietra “potrebbe aver viaggiato su un ghiacciaio”. Leggendo le dichiarazioni degli stessi autori, il messaggio è quasi l’opposto. Clarke parla di un movimento deliberato e pianificato, a tappe, via terra e dove possibile lungo fiumi e coste. Secondo me è il punto vero della notizia: il ghiaccio può spiegare al massimo un pezzo di strada, e il resto l’hanno fatto le persone.

C’è anche un problema di calendario. Il Dogger Bank finì sott’acqua circa 8.000 anni fa, tremila anni prima che a Stonehenge si iniziasse a costruire. Se il masso fosse rimasto lì, qualcuno avrebbe dovuto recuperarlo e custodirlo per millenni prima dell’innalzamento del mare.

Veness avanza una suggestione, e la presenta come tale: forse le comunità di Doggerland, la terra poi sommersa, davano già un valore culturale a quella pietra, e le migrazioni spinte dal clima avrebbero avuto un ruolo nella nascita di Stonehenge. È un’ipotesi. Bella, ma senza prove dirette.

Settembre 2026: e se non fosse nemmeno scozzese?

Qui la faccenda si complica. Nel 2026 il Journal of Archaeological Science: Reports ha pubblicato una replica firmata da Ciborowski e Nash (DOI 10.1016/j.jasrep.2026.106012), rilanciata nei primi giorni di settembre.

La critica riguarda il metodo statistico. I granelli di zircone della Pietra dell’Altare vengono da tre campioni diversi, frammenti conservati nei musei, e negli studi precedenti sono stati sommati in un unico insieme prima del confronto con le rocce scozzese. Secondo Ciborowski e Nash questa aggregazione crea una media che somiglia al Bacino Orcadiano solo sulla carta. Se si confronta un campione alla volta, sostengono, la somiglianza sparisce.

C’è un dettaglio che pesa: lo studio sul ghiacciaio del 2026 ha affinato la ricerca delle possibili cave, ma ha usato lo stesso insieme aggregato. La critica, quindi, colpisce anche quello.

Attenzione a non esagerare nell’altra direzione. Una replica non è una smentita. Il gruppo di Clarke, Bevins e Pearce ha già risposto ad altre obiezioni in passato, e quasi certamente risponderà anche a questa. Per ora nessuno ha proposto un’origine alternativa credibile: la tesi gallese resta abbandonata.

Perché conta più di quanto sembri

Se la pietra è davvero scozzese, Stonehenge smette di essere un monumento “locale” con qualche contributo gallese. Diventa il punto d’arrivo di una rete che attraversava l’intera isola, con conoscenze del territorio, alleanze e capacità di trasporto che siamo abituati a immaginare molto più tardi. È lo stesso filo che lega Stonehenge ai grandi cantieri vicini, come l’enorme anello di pozzi di Durrington Walls.

Se invece l’impronta dello zircone non regge, torniamo a una domanda aperta. Nessun ritorno al Galles, solo un grande punto interrogativo.

Personalmente trovo più interessante questo stallo di qualsiasi risposta definitiva. Somiglia a quanto accade con i monumenti neolitici in Anatolia, dove ogni nuovo scavo a Göbekli Tepe cambia il racconto di chi li costruì e perché. Con Stonehenge la differenza è che il mistero sta tutto in un blocco di arenaria che nessuno può più sollevare, sepolto sotto un altro masso, e i cui frammenti analizzabili stanno in qualche cassetto di museo.

Forse la prossima risposta non arriverà da un nuovo modello al computer, ma da qualcuno che deciderà di campionare davvero quella pietra.

Continua a leggere